mercoledì 31 ottobre 2012
lunedì 29 ottobre 2012
Utopia
Opera del letterato e politico inglese Thomas More (1478-1535).
"Utopia", secondo l'etimologia greca collegata da More a questo nome, significa "nessun luogo", e serve a indicare l'idealità dello Stato proposto dall'umanista inglese all'attenzione dei suoi contemporanei, al modo stesso della Repubblica di Platone, alla quale in parte si ispira. Tale fu il successo dell'opera, che rapidamente il nome proprio diventò nome comune, usato ancor oggi per designare un progetto che si distacca nettamente e criticamente da quella che è la situazione politico-sociale esistente. L'opera venne pubblicata nel 1516, e risente per un lato delle delusioni personali dell'autore, di fronte alle pesanti difficoltà da lui incontrate agli inizi della sua carriera politica e amministrativa, ispirate alla più disinteressata ricerca del bene comune e alla più rigida imparzialità: orientamento al quale non sarebbe mai venuto meno, benchè più tardi salisse fino ai fastigi della carica di Lord cancelliere del regno, e che lo avrebbe portato al contrasto insanabile con Enrico VIII e alla conseguente morte sul patibolo. Per un altro verso, l'Utopia è uno dei documenti più espressivi degli ideali filosofici dell'umanesimo inglese, che attraverso la mediazione di John Colet aveva assorbito, dell'umanesimo italiano, soprattutto la componente platonica sviluppata da Marsilio Ficino e dalla sua scuola fiorentina. Lo scritto si divide in due libri, nel primo dei quali More dà una rappresentazione fortemente critica delle condizioni politico-sociali dell'Inghilterra del tempo, mentre nel secondo descrive i lineamenti dello Stato ideale che appunto colloca nell'immaginaria isola di Utopia. Seguendo i moduli del dialogo platonico, l'autore immagina di riferire gli episodi salienti di una discussione avvenuta tra lui stesso, l'umanista Peter Gilles (al quale è dedicata l'opera) e uno straniero, Raphael Hythloday ad Anversa, qualche anno prima. Hythloday è un nome a chiave (riferito al greco, significa qualcosa come "l'ardente dialettico"), e il personaggio ha nel dialogo la funzione di esprimere le idee più polemiche e innovatrici dell'autore, mentre il personaggio di More esprime opinioni più moderate. Hythloday viene presentato a More da Gilles, che ne vanta le conoscenze vastissime in materia di usi e costumi stranieri, avendo egli viaggiato per tutto il mondo al seguito di Vespucci. More osserva che un uomo che ha accumulato tanta esperienza politica potrebbe metterla a servizio degli statisti, ma l'altro se ne schermisce, obiettando che "la maggior parte dei capi di Stato si occupano tutti più volentieri di cose militari che di buone imprese di pace ... e mettono molto più zelo a cercar come acquistare, bene o male, nuovi regni, che a ben reggere quelli acquistati": inoltre i principi non cercano consigli razionali e prudenti, ma solo consenso alla loro politica. Hythloday chiarisce il proprio punto di vista narrando di una discussione nella quale si trovò impegnato una volta alla tavola del cardinale John Morton, arcivescovo di Canterbury. Avendo un tale fatto l'apologia dell'applicazione della pena di morte ai colpevoli di furto, egli aveva obiettato che una tal punizione era troppo crudele, e nel contempo inefficace. Attraverso il discorso di Hythloday, l'autore enuncia una serie di considerazioni sull'origine sociale del delitto, e sulla necessità di razionalizzare e umanizzare le pene, di stupefacente modernità: l'esistenza di un gran numero di ladri, nonostante la severità delle pene, viene da lui spiegata infatti con le condizioni estremamente miserevoli in cui si trovano coloro che non sono più in grado di lavorare, o perchè resi inabili dalle conseguenze delle guerre ("costoro sacrificano le loro membra per il re e per lo Stato: ma poi la debolezza impedisce loro di riprendere il mestiere di prima, come l'età di impararne un altro") o perchè scacciati brutalmente dai loro campi per far posto ai pascoli, dai quali i nobili traevano guadagni maggiori, dato l'alto prezzo della lana. More è forse il primo scrittore politico a chiarire con tanta lucidità i termini di una rivoluzione economica che per l'Inghilterra dell'epoca ebbe un'importanza fondamentale: la conversione a pascolo della maggior parte delle terre coltivate. In questo senso Hythloday afferma che le pecore inglesi, un tempo così mansuete "cominciano a essere così voraci e indomabili da mangiarsi financo gli uomini, da devastare, facendone strage, campi case e città". D'altra parte, anche le pene andrebbero riformate: punire un furto con la morte, cioè con la medesima pena comminata agli omicidi, significa trasformare ogni ladro in un potenziale assassino. Si dovrebbe invece riabilitare i ladri col lavoro, facendoli vivere in mezzo agli altri, benchè sottoposti a certe misure che ne assicurino la sorveglianza. La conclusione del primo libro, comunque, è che "non è possibile distribuire i beni in maniera equa e giusta, o che prosperino le cose dei mortali, senza abolire del tutto la proprietà privata. Finchè dura questa, durerà sempre, presso una parte dell'umanità che è di gran lunga la migliore e la più numerosa, la preoccupazione dell'indigenza, col peso inevitabile delle sue tribolazioni". Qui si innesta, per occupare poi l'intero secondo libro dell'opera, la descrizione dello Stato razionale di Utopia, in cui appunto è stata abolita ogni forma di proprieta. Le città sono costruite con criteri razionali di suddivisione degli abitanti, secondo numeri fissi, e così avviene per le fattorie nelle campagne: tutti i cittadini, maschi e femmine, sono tenuti a lavorare sei ore al giorno: il resto del tempo sarà dedicato agli studi e a sani svaghi. In Utopia si pratica la rotazione del lavoro, per cui tutti sono tenuti, per esempio, a lavorare almeno due anni nelle campagne, salvo i magistrati e pochi intellettuali, che sono esentati dal lavoro manuale. Non esistendo proprietà, i cittadini si procurano senza denaro ciò di cui hanno bisogno, tenendo presente che basta loro ben poco, poichè le loro vesti sono rozze, ancorchè curatissime nella pulizia e i pasti vengono presi in comune dagli inquilini delle varie unità di quartiere in appositi alberghi. L'oro è considerato un metallo vilissimo, con cui si fabbricano catene per gli schiavi e contrassegni d'infamia.
Questo popolo così equilibrato e austero viene ovviamente molto controllato: i magistrati sorvegliano continuamente che nessuno si abbandoni alla pigrizia, le licenze sessuali al di fuori del matrimonio vengono represse con energia, e così i tentativi di viaggiare all'interno o all'estero senza il permesso dell'autorità: in compenso, si gode in quel Paese della più larga tolleranza in fatto di religione, essendone esclusi solo gli atei e i materialisti. Non stupisce che, nei secoli seguenti, il termine "utopia" abbia finito per significare soprattutto un complesso di ideali, di cui si escludeva a priori ogni possibilità di realizzazione.
domenica 28 ottobre 2012
Un uomo per tutte le stagioni
venerdì 26 ottobre 2012
Ballata per 4 stagioni
"Primavera che sbocci fra i fiori e i colori
ed annulli nei raggi di un sole insicuro
l'umidore muschioso attaccato a quel muro
e le bocche gelate dei portoni di ferro
E cantando nel vento, più tiepida rendi
la pioggia d'aprile che accende di verde
le persiane e i cortili rende simili a laghi
a specchi di latta fra barattoli e stracci.
E l'amore tu porti innocente e distratto
come un magico frutto
Ballata, ballata per quattro stagioni
ormai morte da tempo
E avanti all'estate che ti prende alle spalle
e non dà tempo per dire "Accidenti che caldo!"
che già ti rigiri nel tuo letto bollente
fra le lenzuola bagnate dai tuoi mille pensieri
E ben venga l'estate, col sole che picchia
a martello negli occhi e fa un cielo più basso
di un deserto di pietre dove ronzano mosche
in tondo senza alcuna ragione
E nascosti nell'erba mi hai dato l'amore
e il tuo primo dolore
Ballata, ballata per quattro stagioni
ormai morte da tempo
E avanti all'autunno, così tenero e sfatto
come un volto di donna che ha dato ormai tutto
senza chiedere nulla, soltanto il bisogno
di esistere ancora nei sogni di un uomo
Ormai il nostro amore è come un bimbo malato
che non ha più respiro, non può esser guarito
singhiozza nel vento di un grigio novembre
che affonda pian piano in paludi di nebbia
E un ricordo soltanto anche se breve
i tuoi seni bianchi come la neve
Ballata, ballata per quattro stagioni
ormai morte da tempo
E avanti all'inverno con le mandorle e i frutti
mangiati nell'ombra di una stanza proibita
fra l'odore dolciastro dei fichi seccati
e le paste di crema ormai tutte assaggiate
Mentre di là nella sala si gioca alle carte
coi volti infuocati ed i nasi paonazzi
e le bocche allargate a masticare canditi
e gli occhi annacquati dal vino bevuto
Ed io ucciso di noia sto a contare le ore
pensa un po' che Natale
Ballata, ballata per quattro stagioni
ormai morte da tempo
Ballata, ballata per quattro stagioni
ormai morte da tempo"
Ivan Graziani
Ballata per 4 stagioni
giovedì 25 ottobre 2012
Antonio Vivaldi, "Gelido in ogni vena"
Aria "Gelido in ogni vena", dall'opera "Il Farnace" di Antonio Vivaldi
Cecilia Bartoli, mezzosoprano
Orchestra "Il Giardino Armonico"
mercoledì 24 ottobre 2012
Vena
In anatomia si definisce vena quel vaso sanguigno che porta sangue dalla periferia del corpo al cuore.
martedì 23 ottobre 2012
Avena
E' uno dei cereali contenenti più proteine (fino al 17%) e meno
carboidrati, ed è quello che contiene più grassi in assoluto. Se a
questo aggiungiamo l'11% di fibre, otteniamo uno dei cereali con il più
basso indice glicemico, che la rende particolarmente adatta per i
diabetici.È ricca di potassio e di vitamine del gruppo B.
Tra le popolazioni del Nord Europa viene usata spesso per preparare zuppe e dessert (tra i quali ricordiamo il porridge, tipico piatto anglosassone realizzato con la farina d'avena), mentre in Italia è comunemente usata come foraggio per gli animali, specialmente per i cavalli, e molto meno per l'alimentazione umana.
- in chicchi: facendola bollire può essere sostitutiva del riso, o può essere consumata come contorno per carni, oppure per insalate fredde;
